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Non automatizzare il disordine. La lezione di Ford che vale ancora per le PMI

Idee & Visione

Non automatizzare il disordine. La lezione di Ford che vale ancora per le PMI

C’è un’idea che torna ogni volta che una tecnologia nuova entra in azienda: prendiamo quello che facciamo già e facciamolo fare più in fretta alla macchina. Succedeva col computer, succede oggi con l’intelligenza artificiale.

Nel 1990 un ex professore di informatica del MIT, Michael Hammer, scrisse su Harvard Business Review un articolo contro questa idea. Il titolo non lasciava spazio a dubbi: Reengineering Work: Don’t Automate, Obliterate. Non automatizzare, elimina. La sua tesi era semplice: quasi tutte le aziende usavano i computer per velocizzare processi vecchi di decenni, invece di chiedersi se quei processi avessero ancora senso. Hammer lo chiamava asfaltare i sentieri tracciati dalle mucche.

500 persone per pagare i fornitori

L’esempio più famoso dell’articolo riguarda la contabilità fornitori di Ford in Nord America. All’inizio degli anni ‘80 quel reparto contava più di 500 persone. Il piano del management era ragionevole: razionalizzare le procedure, installare nuovi sistemi informatici, ridurre l’organico di circa il 20%. Arrivare a 400.

Poi Ford guardò Mazda, di cui era socia. La contabilità fornitori di Mazda era fatta da 5 persone. Anche tenendo conto della differenza di dimensioni, Ford calcolò che il proprio reparto era cinque volte più grande del necessario.

Il problema non erano le persone. Era il processo. Prima di pagare un fornitore, la contabilità doveva confrontare 14 dati tra tre documenti: l’ordine d’acquisto, il documento di ricevimento merce e la fattura. Quando qualcosa non tornava, e succedeva spesso, qualcuno doveva mettersi a cercare perché. Gran parte del lavoro del reparto era inseguire discrepanze.

Non inseguire gli errori. Evitali.

Ford avrebbe potuto dare ai suoi impiegati strumenti migliori per trovare le discrepanze. Fece un’altra scelta: impedire che nascessero. Con quello che Hammer chiama invoiceless processing, l’ufficio acquisti inseriva l’ordine in un database condiviso. Al ricevimento, il magazzino verificava la merce contro l’ordine a sistema. Se tutto corrispondeva, il pagamento partiva senza bisogno di confrontare fatture a mano.

Secondo Hammer, il risultato fu una riduzione del 75% delle persone impegnate nel processo, invece del 20% previsto. Con dati più precisi e un controllo dei materiali più semplice.

Cosa c’entra una PMI del 2026

Il numero che colpisce è il 75%. A noi interessa un altro dettaglio: il primo piano di Ford, quello del 20%, era automatizzare il processo esistente. Il salto è arrivato solo quando qualcuno ha chiesto perché le discrepanze esistessero.

In 33 anni e circa 600 aziende vediamo la stessa scena, con strumenti diversi. Ordini in un sistema, DDT in una cartella condivisa, fatture che arrivano via PEC, e una persona che li mette insieme a occhio. Quando un’azienda ci chiede “un software che legga le fatture”, la prima domanda che facciamo è un’altra: cosa succede, oggi, quando una fattura non corrisponde all’ordine?

Se la risposta è “dipende da chi c’è”, l’AI da sola non basta. Leggerà i documenti più in fretta, e le discrepanze arriveranno più in fretta alla stessa persona. Il disordine automatizzato resta disordine, solo più veloce.

Oggi la tecnologia permette una cosa che nel 1990 non era possibile: le persone non devono sparire dal processo. Possono smettere di ricopiare e iniziare a controllare. Ma solo se il processo è stato ridisegnato per lasciar passare da solo il caso normale e fermare solo l’eccezione.

Tre domande per lunedì mattina

  1. Quante volte lo stesso dato viene scritto a mano tra ordine, DDT, fattura e gestionale?
  2. Quando un documento non torna, dove si ferma, e chi se ne accorge?
  3. Se domani la persona che “sa come si fa” fosse in ferie, il ciclo passivo andrebbe avanti?

Se almeno una risposta ti mette a disagio, il problema non è il software che hai. È il processo che il software dovrebbe servire.

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Fonte: Michael Hammer, “Reengineering Work: Don’t Automate, Obliterate”, Harvard Business Review, luglio–agosto 1990.

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